Il rapporto tra un leader e i suoi collaboratori è centrale all’interno di qualsiasi azienda, piccola o grande che sia. La creazione di un solido legame tra datore di lavoro e dipendenti non solo è fondamentale per il benessere dei singoli (secondo uno studio della Harward Business School e della Stanford University, una cattiva relazione con il proprio capo può addirittura creare problemi di salute) ma porta anche numerosi e importanti vantaggi per il business. Tra questi, un deciso incremento di produttività e motivazione; una maggiore coesione all’interno del team e la fidelizzazione dei lavoratori: come conferma lo State of the American Manager Report condotto da Gallup (2015), un dipendente americano su due ha lasciato il proprio posto di lavoro a causa di un cattivo capo. Il malcontento non risparmia gli europei e gli italiani. Secondo il Rapporto europeo “People Unboxed” elaborato da ADP, un terzo dei dipendenti europei non è soddisfatto del proprio manager e della gestione del personale.

Essere un leader e guidare un team non è un compito semplice. Scopriamo qui insieme il perché e l’importanza di una leadership basata sull’autorevolezza, che ha ben poco a che vedere con l’autorità.

“Diventare un leader è una scelta che chiunque può fare”

Uno dei grandi errori che spesso si compie è quello di considerare le doti del leader – carisma, capacità di ascolto, comunicazione, persuasione, coerenza e determinazione – delle qualità innate che non possono essere acquisite o allenate. Troppo spesso chi occupa una posizione manageriale si sente “arrivato” e interrompe il proprio percorso di crescita professionale. I grandi leader, al contrario, sono quelli che si mettono sempre in discussione; costantemente impegnati nell’apprendimento, sono di esempio ai loro dipendenti e uno stimolo a migliorarsi sempre. E la loro dedizione viene premiata: le competenze della leadership, infatti, possono – o meglio, devono - essere allenate e migliorate attraverso un percorso di crescita attento, costante e consapevole. Come spiega Stephen Covey, rinomato educatore americano e studioso di tematiche manageriali, “diventare un leader è una scelta che chiunque può fare”.

Leader autorevole vs capo autoritario

Partiamo con la definizione di leadership fornita da Stephen Covey: “comunicare alle persone il loro valore e le loro potenzialità in modo così chiaro che arrivino a vederle in loro stesse”.

La verità è che essere un leader non significa, come molti erroneamente credono, comandare; significa inspirare, influenzare, avere una visione chiara e riuscire a trasmetterla. Per costruire una leadership solida non basta comportarsi da capo autoritario e impartire ordini; al contrario, bisogna condividere le ragioni delle proprie scelte senza prevaricare il pensiero degli altri. I migliori leader sono quelli che guidano le persone ma sanno anche ascoltarle, rispettarle e valorizzarle. Si dimenticano delle gerarchie e, quando occorre, si mettono allo stesso livello dei propri collaboratori, alimentando il giusto spirito di squadra. Invece di accentrare tutto il potere nelle proprie mani, delegano e dividono le responsabilità, creando dinamiche collaborative fluide.

Ecco perché non basta ricoprire un ruolo gerarchico importante per essere un buon leader. La leadership è data da una serie di skills e qualità che ci vengono riconosciute da chi ci sta attorno: solo così si riescono ad allineare gli obiettivi aziendali con quelli personali, creando un team affiatato, motivato e affidabile. I collaboratori, una volta pienamente coinvolti nel progetto, daranno il meglio di sé e smetteranno di considerare il lavoro un’imposizione dall’alto.

Scopriamo nel prossimo post come comportarsi da leader autorevole, non autoritario, e come migliorare il rapporto con i collaboratori.